Intervista con Mu So, rapper di Barriera di Milano ed emblema #Guinenapoletano

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Sono le 11 (abbondanti) di domenica mattina quando arrivo in piazza Foroni, cuore di Barriera di Milano. Oggi niente mercato nello slargo ribattezzato piazza Cerignola, dopo che negli anni ’60 le ondate migratorie di terroni, o come dicono qui dei Napuli, hanno trasformato questa zona in una succursale del tacco d’Italia.

Quando finalmente parcheggio ci sono solo la pioggia battente, un capannello di pusher che si fanno gli affari propri ma studiano il nuovo arrivato, e un ragazzo che pensa bene di farsi di crack davanti a dei bambini.

Jacob è già lì, puntualissimo. Mi aspetta sotto l’ombrello e denuncia a una volante della Polizia quello a cui ha appena assistito. Le forze dell’ordine lo rassicurano, ma lui non si fa illusioni. “Lo rilasceranno subito senza neppure aiutarlo, ma qualcuno deve dare l’esempio. Se vuoi la legalità e ti giri dall’altra parte sei il primo che sbaglia” mi dice mentre ci ripariamo in un bar poco distante.

Jacob è nato in Guinea, ha 30 anni e vive la Barriera ogni giorno, cercando di migliorarla con piccoli – enormi gesti di civiltà e rispetto. È un educatore e mediatore culturale, uno dei ragazzi che lavora in prima linea sul progetto di riqualificazione del MOI. È un musicista che con le sue rime regala un punto di vista diverso di quello che per altri è solo un ghetto da cui tenersi alla larga.

Jacob è Mu So, Mente Umana Socialmente Operativa, ed è il protagonista della nuova intervista di Vivo Torino.

Ti avviso: è più lunga dei miei soliti post. Ma ne vale la pena. Leggila fino in fondo.

Dalla Guinea, passando per Napoli, sei arrivato a Torino…

In Guinea ci ho vissuto poco: a 11 anni ero già in Italia, a Napoli, come minore non accompagnato grazie a mio cugino. Lui poi è finito a Poggioreale e io in una comunità. È stata un po’ la mia fortuna: ho avuto una chance di riscatto, ho potuto studiare, fare le prime amicizie qui. Quando ho compiuto 18 anni mio cugino ha chiesto il trasferimento a Torino per stare vicino alla compagna, e io l’ho seguito. Agli inizi adattarsi non è stato facile: vivevo in un paesino del canavese, la domenica pomeriggio c’era da spararsi! Per questo mi sono avvicinato al centro di Torino: piazza Castello, Porta Palazzo e poi i Bagni Pubblici di Barriera.

I Bagni sono un luogo fantastico, un contenitore sociale ideale per conoscere il contesto e gli abitanti del quartiere. Tutt’ora funzionano, permettono a chi vive nelle case di ringhiera di poter usare i servizi ma si socializza, si fa cultura, si fa vita di quartiere. E nel 2012 ho potuto fare anche il servizio civile con Urban, il progetto di rigenerazione urbana della zona.

Mu So rapper: progetti passati, presenti e…il futuro?

Nel 2012 ho registrato nello studio dei Bagni Pubblici di Barriera mio primo EP, Sweet Time. Due anni fa è uscito il secondo, Esame di coscienza, entrambi autoproduzioni. Il terzo album, Emblema, dovrebbe uscire a settembre ed è stato completamente finanziato in crowdfunding, grazie a persone che hanno creduto in me e che sono andate oltre le parole, aiutandomi a realizzare questo sogno.

Perché Emblema? Perché io sono un emblema di integrazione, ma anche di tutti i problemi che gli immigrati devono affrontare in Italia. Sono l’emblema guinenapoletano. Un messaggio per il nostro caro Ministro, che sbraita contro gli “immigrati cattivi”.

Vorrei che la mia musica trasmettesse emozioni ma anche messaggi istruttivi e positivi, fosse parte di una rivoluzione intelligente. Il mio è un rap sociale che non segue la moda e si ispira da un lato ai grandi della musica britannica, come Beatles e Oasis, dall’altro a rapper come Talib Kweli, Jay Z, Kendrick Lamar.

Per il futuro ho in mente tanti altri progetti: uno di social art scritto da me e dalla mia ragazza (ma più da lei!): educazione civica attraverso la musica, insegnare i valori della condivisione e del rispetto dei compagni ai più giovani. E poi tante altre canzoni!

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“Io non mi sento italiano. Ma per fortuna o purtroppo lo sono”…tu cosa ti senti?

Nessuno me lo chiede mai: Jacob, ma tu cosa ti senti? Guineano o italiano? Io mi sento italiano. Sono qui da 19 anni, lavoro e sono integrato, ma prendere la cittadinanza adesso è un’impresa. Troppi passaggi burocratici complessi, e il periodo non è dei migliori. Però se chiudi gli occhi cosa senti? Senti un italiano. Senti una persona. E prima o poi dovrà farsene una ragione anche Salvini: l’Italia è e sarà sempre più colorata.

Se invece mi chiedi se mi sento più torinese o napoletano, ti dico senza dubbio la seconda. Napoli è il posto in cui ho passato l’infanzia, quello in cui è rimasto il mio cuore, le mie amicizie più care. Qua sto cercando di ricreare la stessa realtà, ma con più  difficoltà: ci sono altri vissuti, altri interessi, anche se socializzare non è difficile. Di Torino apprezzo soprattutto che il sociale funziona meglio, anche se le idee tendono a essere sempre le stesse, negli stessi circoli, con le stesse persone.

Trovi che Torino sia una città accogliente con gli immigrati?

Torino è una città aperta ma non riesce a essere inclusiva come ad esempio Milano. Lì, durante il concorso musicale DoReMiFaSud (dove è arrivato terzo, N.d.R.), ho potuto vedere la differenza tra integrazione e inclusione. Milano include, puoi vedere neri in qualsiasi posto, anche dove non te ne aspetteresti, è una città internazionale che dà opportunità a chiunque la cerchi e la meriti. Torino cerca di integrarti, i politici discutono attorno alle tavole rotonde di immigrazione, ma raramente coinvolgono i diretti interessati. In un certo senso facilita l’inserimento, ma sembra che ti voglia sempre lasciare un passo fuori dalla porta.

Su questo tema ho avuto spesso a che fare con la giunta Appendino. Molte belle dichiarazioni, molti “noi tifiamo per gli immigrati, noi tifiamo per Mu So”, tanti inviti. Ma quando è stato necessario un gesto concreto di sostegno, nessuno ha mai fatto un passo in avanti. Solo molto opportunismo.

Ti faccio un esempio: da 3 anni chiedo alla responsabile della Circoscrizione (Carlotta Salerno, n.d.R.) uno spazio per aprire uno studio di registrazione e seguire ragazzi che altrimenti sarebbero lasciati a loro stessi e alla strada. La stessa persona che diceva di essere una mia grande fan. Secondo te cosa ho ottenuto?

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L’Appendino ha battuto molto in campagna elettorale sulla maggiore attenzione alle periferie. Qualcosa è cambiato qui in Barriera?

No. Anche con la nuova giunta non è cambiata una virgola, anzi. Hanno portato piu odio e piu degrado, mettendo i poveri contro altri poveri.

Intendiamoci, non che con Fassino le periferie fossero tenute in grande considerazione, ma così non fai altro che isolare, creare ghetti e pregiudizi, “se vai in periferia ci sono i mostri, gli uomini neri che rubano”. Finché la mentalità politica non cambia, le periferie rimarranno nel loro degrado. Eppure è proprio dalle periferie che nasce l’arte, il movimento, la rivoluzione. In centro ci sono i negozi, le firme, ma la vera cultura si fa qua.

Lo canto da sempre: vieni in Barriera, vieni a vederla e viverla. Senza paura e senza pregiudizi. Solo con la voglia di ascoltare e di condividere.

Già che siamo in argomento, quali sono i pregi e i difetti di Barriera di Milano?

Io amo Barriera e la amerò sempre. Solo vivendola ogni giorno riesci a capirne i problemi senza farti condizionare dai pregiudizi. A vederne le qualità, quelle che da fuori non risaltano. Come il senso di comunità che c’è qui, e che non trovi da nessun’altra parte.

L’emblema di Barriera sono le tante comunità e nazioni che riescono a convivere insieme, il fatto che sia sempre stata una zona di immigrazione e di accoglienza. Prima dei piemontesi che venivano dalle altre province, poi degli immigrati del sud Italia, i pugliesi in primis, poi sempre più giù, e ora in Barriera trovi tutte le nazioni del mondo. Mi dispiace soltanto che spesso siano gli stessi immigrati di ieri a essere ostili con chi arriva oggi: se tu l’hai già subito sulla tua pelle, perché devi farlo subire a qualcun altro?

Barriera ha bisogno di più opportunità. Di servizi, a partire da quelli di base. Il degrado c’è, ma quali alternative vengono date a chi vive qui? E ti dico, credo che una parte di questo degrado sia perfino voluto.

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In che senso?

Hai mai sentito parlare di gentrificazione? Ecco.

Barriera è un quartiere povero, ma nasconde anche tante persone che economicamente stanno bene, e che hanno investito qui perché sanno che presto o tardi la zona si riqualificherà, come sta già succedendo nella zona di via Cigna, dove hanno inaugurato l’EDIT e il Museo Fico. Questo quartiere attira parecchi interessi, anche politici, sia a destra che a sinistra.

Il degrado porterà i prezzi ad abbassarsi, finché qualcuno non “ripulirà” la zona investendoci, e il degrado verrà spostato sempre più in periferia, dove nessuno può vederlo. È davvero questo il genere di opportunità che vogliono dare a questo quartiere?

Jacob è un vulcano di idee, una mitraglia di pensieri e parole difficili da sintetizzare in un solo post.

Off the records parliamo di molto altro, dal suo rapporto coi social (“Leggo tanta frustrazione da parte di chi si prende la briga di seguirmi solo per insultarmi, ma è anche un potentissimo megafono per amplificare la mia voce e le mie iniziative”) alle ricette di crescita per l’Africa (“Paesi come il Ghana stanno indicando la via al resto del continente. La cooperazione allo sviluppo dovrebbe essere un po’ come la musica: se voglio imparare a suonare la chitarra, non suoni tu. Suono io e tu mi fai vedere dove si mettono le dita.”).

Il tempo vola, è il momento di salutarci. La pioggia è ancora lì dove l’abbiamo lasciata, i pusher pure. Barriera di Milano in quest’ora abbondante di chiacchierata non è cambiata, ma passo dopo passo lo sta facendo. Anche grazie a persone come Mu So.

E mentre guido verso casa, osservando il paesaggio attorno, non posso fare a meno di pensare e canticchiare che C’è chi bacia il rosario e chi sfida il degrado. C’è chi fa i selfie con la carbonara e chi toglie i giovani dalla strada. C’è chi grida e promette, e c’è chi canta e mantiene.

O per dirla come Jacob: Costruiscono muri per chiudere le menti / Operano per renderle un’orchestra di muti / Speculatori delle vite di sti profughi / Si girano dall’altra parte per i troppi lamenti / Corridori per i corridoi umanitari / Fanno troppe apericene con i cari compari / Qui in vino veritas, meglio ancora col Campari…

Photo credits: Alessandro Leone

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