Una storia di fantasmi tra Torino e Cuneo: lo strano caso di Melania Taparelli d’ Azeglio

Chiudi la porta a chiave. Spegni il telefono. Via la luce, qualche candela andrà benissimo. Sei pronto alla notte più spaventosa dell’anno? È arrivato… Halloween! (*effetto sonoro risata diabolica con tuono in sottofondo*).

Le anime dei morti, stasera, abbandonano i loro sepolcri per vagare ancora una volta sulla terra. Alcune per salutare i propri cari. Altre per cercare la vendetta. E poi ci sono quelle che vorrebbero solo trovare la pace, possibilmente eterna.

Non ti sembra la notte perfetta per leggere una storia di fantasmi ambientata a Torino?

Per la verità lo spirito in questione non si trova proprio a Torino. È nato, anzi nata e morta qui, ma come da copione ha deciso di infestare un castello: quello del Roccolo a Busca, in provincia di Cuneo. Dove – racconta la leggenda – fluttua reggendo una fiammella nel buio della notte, in un’eterna attesa del proprio consorte partito oltremare, e rientrato troppo tardi per essere al capezzale della sua amata nei suoi ultimi istanti di vita. Una vita fatta di sofferenza, fisica e morale, seppure in un contesto ben più che agiato.

C’è una piccola novità.  Per raccontarti questa incredibile storia di fantasmi a Torino ho chiesto un consulto, a chi di tombe e cimiteri torinesi se ne intende parecchio. La mia musa ispiratrice, in questa notte spettrale, sarà una civetta. La Civetta di Torino.

Lei è Manuela Vetrano, ama svolazzare per i campisanti della città a caccia di storie e curiosità sui personaggi, famosi e non, che vi riposano.  Tanto da averne fatto un mestiere, singolare quanto affascinante: la guida turistica dei cimiteri torinesi.

È stata Manuela, la Civetta di Torino, a mettermi sulla pista giusta. Le ho chiesto di trovare per me un personaggio da raccontare in una storia di fantasmi a Torino. E lei non mi ha deluso.

Sei pronto a scoprire di chi si tratta? Allora chiudi gli occhi. Concentrati. Invochiamola insieme…

Spirito, si introduca. Non sia timida…

Ebbene, il mio nome è Melania Pes di Villamarina, nata Taparelli d’ Azeglio. Venni alla luce il 27 dicembre dell’anno di Nostro Signore 1814 a Torino, e me ne andai il 10 maggio del 1841.

D’Azeglio? Intende quei D’Azeglio? Un cognome davvero importante il suo…

Portare il cognome d’Azeglio fu per me onere, ma soprattutto onore. Credo lei sappia che la mia famiglia ha fatto la storia di questa città e di questo paese che non ho mai conosciuto, l’Italia. Mio padre aveva il suo stesso nome, fu senatore del Regno di Sardegna, e perfino insignito di una medaglia d’oro della Municipalità. Quale grande onore!

La fama di mio zio Massimo fu perfino più ampia. Non ero più nel mondo dei vivi quando il Re in persona lo nominò Primo Ministro del Regno. Fu lui, a quanto pare, che pronunziò la frase Fatta l’Italia, sono da farsi gli italiani.

E lei che rapporto ebbe con Torino, la sua città natale?

Sa, non credo di essere mai stata fatta per la vita cittadina. Una tale confusione! I calessi e le carrozze che sfrecciano per le vie, lo scalpiccio dei cavalli sui ciottoli, le grida dei vinaioli… Il palazzo della nostra famiglia sorgeva poco lontano dalla piazza carlina, dove ogni giorno si svolgeva il mercato del vino e del carbone. Talvolta perfino l’esecuzione di qualche nemico del popolo. Quale orrore!

Alla confusione della città ho sempre preferito la pace di Busca e del castello del Roccolo, la nostra dimora di campagna. Lì potevo respirare aria pulita e dare sollievo ai miei poveri polmoni ammalati, fare lunghe passeggiate, leggere, giocare con i miei adorati figlioli Poupon e Bea. La mia vera, unica gioia nella vita…

Non fu quindi l’amore di suo marito a rinfrancarla?

Salvatore? Avrebbe forse potuto, se non avesse sempre messo davanti a tutto e tutti i suoi affari. Fu un uomo brillante, abile nei commerci e nella gestione dei possedimenti della sua famiglia, astuto nel suo ruolo di diplomatico per il Regno.

Arrivò a Torino da Cagliari che aveva appena 8 anni. La sua era una famiglia ricca, forse perfino più ricca della mia, e piuttosto influente a corte. Possedevano una importante tonnara all’Isola Piana, nel sud della Sardegna, dove trascorreva molto più tempo di quanto ne abbia dedicato a me. Il nostro matrimonio è stato deciso dai nostri genitori. Interesse, e nulla più.

Eppure ho letto che uno dei suoi ultimi momenti di gioia fu proprio con Emanuele, in Sardegna. Che ricordi hai di quella terra lontana?

La sua isola è davvero meravigliosa. Il mare impetuoso che si infrange rombando contro le rocce. Il vento sui capelli che porta con sé il profumo di terre lontane. Tutto così diverso dalla mia quotidianità. È stato davvero un periodo luminoso, come il sole che arrossava la nostra pelle e sembrava poter offrire un barlume di speranza anche a noi. A me…

Ma il mare vi separò ancora una volta, e stavolta per sempre…

Dopo quel breve idillio, le mie condizioni peggiorarono nuovamente. La tosse non mi dava tregua, riuscivo appena a deglutire pochi sorsi di acqua. Mia madre Costanza, fu così in pena per me…quanto dolore le ho dato, povera madre. Anche lei si ammalò, privandomi della sua compagnia nei miei ultimi giorni. Neppure i miei figli potevano più visitarmi. Glielo impedì proprio il mio consorte, pensando che avrei potuto contagiarli!

Il male mi divorò, a poco a poco, svuotandomi di ogni energia. Salvatore era ancora via, in Sardegna, a curare i suoi affari, quando la cupa mietitrice venne a spegnere le mie sofferenze terrene. Fu mio padre a tenermi stretta la mano negli ultimi istanti. A chiudere i miei occhi ormai privi di vita. Lo vidi piangere, per la prima e ultima volta nella mia vita.

Ora riposa accanto a suo marito, al cimitero Monumentale. Ma la leggenda vuole che ogni notte, nel castello del Roccolo, il suo spirito vaghi tenendo in mano una fioca luce in attesa del suo rientro. È così?

Glielo concedo, è un’interpretazione assai romantica. Lessi qualcosa di simile in uno dei miei amati romanzi. Eppure mentirei se affermassi che è la verità.

Fui sepolta nel cimitero di San Pietro in Vincoli, a Torino, quand’ancora quello era un camposanto. Poi cadde in disuso, e le mie spoglie vennero traslate accanto a quelle di Salvatore nel nuovo Cimitero Monumentale. Quello che la sua guida, la Civetta, così bene conosce.

Come le ho detto, io non ho mai amato l’aria della città di Torino. E non avrei mai chiesto, avessi anche potuto farlo, di riposare accanto a un uomo che mi ha trattata come uno dei suoi possedimenti.

Così, una notte, il mio spirito riuscì finalmente a staccarsi da quel luogo penoso. Il vento lo guidò verso casa, la mia vera casa, il castello del Roccolo. Tutto era ancora come lo avevo lasciato. Il tempo, in quel luogo, si era fermato.

Ma la sorpresa più grande fu trovare Poupon e Bea lì ad attendermi. Fatti di sola luce come me. Eternamente bambini come i miei occhi li avevano visti l’ultima volta.

Quella fioca luce che alcuni di voi affermano di vedere, non è altro che il nostro innocente gioco. Ci inseguiamo sotto le stelle ridendo spensierati, senza che nulla più possa separarci. Perché il vero amore, quello che valica i secoli, non è quello di una donna per il proprio uomo. Ma di una madre per i propri figli.

Lo spirito di Melania abbandona la stanza, e torna al castello, dai suoi amati figli. Un alito di vento spegne la candela, e la luce artificiale dei led torna a riempire la stanza. Halloween è finito, spero davvero che questa storia di fantasmi a Torino, featuring La Civetta, ti sia piaciuta, o ti abbia almeno incuriosito.

Se è così, o sei semplicemente curioso di conoscere le mille altre storie dei personaggi che popolano il cimitero Monumentale di Torino, puoi contattare Manuela e prenotare una visita guidata. In realtà puoi prenotare una visita guidata con lei anche in altri luoghi di Torino altrettanto affascinanti e misteriosi, come la Basilica di Superga, la Villa della Regina e la mia preferita, la Gran Madre.  Oppure acquistare il suo libro sul Cimitero Monumentale, Torino Silenziosa, su Amazon.

Per questa notte, dal mondo dei morti e da Vivo Torino è tutto…alla prossima notte di Halloween!

Photo credits: Raffaele Sergi