Il milanese imbruttito e il torinese bogia nen

Quando mi sono trasferito a Torino, forse perché bombardato dalla propaganda leghista dell’efficienza nordica, mi aspettavo che tutti corressero da qualche parte. Al Poli, in ufficio, in palestra, a fare shopping in centro o alle Gru, a fare l’ape in piazza Vittorio, la spesa da Eataly per le cene con gli amici con cui poi si va al Sestriere a fare la settimana bianca.

Invece no. Torino si prende il suo tempo, rallenta, se necessario si ferma e guarda a sinistra e a destra prima di muovere mezzo passo. A meno che non sia al volante. In quel caso Torino non si ferma davanti a nulla. Neppure alle strisce pedonali.

Pensandoci, mi è tornata in mente quell’espressione tipica piemontese. Com’era? Piemontese bogia nen.

Non so a che punto del tuo percorso di torinesizzazione sei arrivato, ma forse l’hai già sentito dire a qualcuno: bogia nen! Un modo di dire nato per nobilitare un atto di coraggio, trasformatosi in espressione di scherno.

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Da dove viene il bogia nen?

Semplifico molto, non essendo uno storico. È il 1747, e tanto per cambiare i francesi stanno cercando di conquistare il Piemonte scegliendo di passare dall’Assietta, colle della val di Susa poco lontano da Exilles.

I soldati sabaudi erano già lì ad attenderli, arroccati tra le loro montagne, pronti a resistere senza arretrare di un passo. Neppure quando a ordinare di ripiegare fu il generale Giovanni Battista Cacherano di Bricherasio in persona.

Nossignore. Perché come gli rispose il suo luogotenente, Conte di San Sebastiano, noiàutri da sì i bogioma nen. Noi da qui non ci muoviamo mica. L’esercito francese non fa paura, si rimane qui a combattere fino all’ultimo uomo.

Non si mossero. Combatterono. Vinsero la battaglia e la guerra.

Fin qui tutto bene, poi…

Poi, non si sa come, quel bogia nen inteso come noi non ci muoviamo perché non abbiamo paura, è stato travisato fino a diventare bogia nen come noi non ci muoviamo perché abbiamo troppa paura. Perché il cambiamento non ci piace, stiamo bene come stiamo, muoversi può essere pericoloso. E quindi rimaniamo qui, arroccati sulle nostre poche ma solide certezze, piuttosto che “osarsi” (altra tipicità lessicale torinese) a fare un passetto oltre.

Si spiegano così i no alla Tav, alle Olimpiadi, alla ZTL, agli immigrati (anche se in questo caso non ha funzionato granché), al grattacielo Intesa (leggi punto precedente)? Massimo Gramellini parlava tempo fa di “orgoglio taurinese”, rivendicando ancora una volta quel bogia nen sinonimo non di chiusura, semmai di understatement. A Torino le cose si fanno, ma senza strombazzarle troppo in giro. E alla decrescita felice non crede più nessuno, neppure chi l’ha tanto lodata in campagna elettorale e probabilmente ci rimarrà schiacciato sotto nel 2020.

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Quindi i torinesi sono bogia nen sì o no?

Vuoi il mio parere? Sì, i torinesi sono bogia nen.

Ma non in senso eroico, come vuole la leggenda, né spregiativo come qualcuno ha voluto fraintendere.

Lo sono in senso letterale, fisico. Come un gatto che fissa il vuoto per ore, anche il torinese è  in grado di perdersi nei propri pensieri rimanendo impalato là dov’è, senza accorgersi che attorno la vita scorre. E qualcuno magari vorrebbe passare.

Puoi notarlo quando piazza il suo carrellino in mezzo alle corsie dei supermarket, bloccando il passaggio, mentre consulta gli ingredienti di una lattina di ananas sciroppata con la calma con cui io leggo la Gazzetta online mentre cago.

Oppure quando te lo ritrovi piazzato davanti alle porte dei vagoni della metro, smanioso di entrare ma incapace di fare un passo di lato per farti prima uscire. Stessa cosa per le scale mobili. Stay on right che?

L’auto, naturalmente te la lascerà davanti al passo carraio, anche se c’è spazio due metri più avanti. E al tuo colpo di clacson reagirà col fastidio di chi è stato disturbato dai testimoni di Geova alle 8 di domenica mattina.

Lo ammetto, può creare fastidio. Soprattutto a chi, come me, corre e ottimizza ogni secondo.

Però pensandoci, può essere considerata anche una filosofia di vita. Lo pronunci bogia nen, lo scrivi take it easy.

L’imbruttimento milanese sta bene sui navigli. In riva al Po, prima di fare qualcosa prenditi il tuo tempo, rallenta, se necessario fermati e guarda a sinistra e a destra prima di muovere mezzo passo. A meno che tu non sia in macchina.

E la tua Torino, a che velocità va?

Photo credits: Alessandro Pautasso – Into the light

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