Fare un corso di canoa a Torino: dove, come quando e perché

Ah, se Torino avesse il mare. Ma non ce l’ha, anche se una volta hanno provato a portarlo, qualche anno fa. Non è andata molto bene.

In compenso, Torino ha un fiume. Anzi, di fiumi a Torino ce ne sono addirittura 3. Il Po, la Dora Riparia (che qui è semplicemente la Dora, come se la Dora Baltea non esistesse) e la Stura.


Là dove i tre fiumi di Torino sono vicini vicini tra loro.

Il motivo per cui mi è venuto in mente che Torino non ha il mare, ma ha un fiume, anzi tre, è che uno dei modi più belli per conoscere meglio Torino è proprio navigando le acque del suo fiume principale, il Po.

Per farlo, fino allo scorso autunno, c’erano due alternative. La prima è più furba ma momentaneamente non più fattibile, a causa del nubifragio dello scorso novembre e dell’incuria di chi avrebbe dovuto badarci: una mini crociera sui battelli fluviali Valentino e Valentina (pace all’anima sua).

La seconda, più masochistica ma anche più suggestiva, è fare un corso di canoa a Torino. Indovina di quale ti parlerò?

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Prequel: meglio fare canoa o canottaggio?

Per chi come me ne capiva capisce poco: la canoa è la barca che si governa con la pagaia, cioè un piccolo remo; nel canottaggio i remi sono invece due, e si usano in contemporanea. Bisogna poi distinguere tra canoa (una sola estremità con pala) e il kayak, quello più comune, che ha entrambe le estremità piatte da immergere alternativamente in acqua per dare la spinta e muovere l’imbarcazione.

Quindi il titolo sarebbe dovuto essere “fare un corso di kayak a Torino” e non “fare un corso di canoa a Torino“. Ma ormai rimane così, e mi perdonino i puristi.

Altra cosa importante: la canoa – kayak va sia in avanti che all’indietro, al contrario della barca del canottaggio che va solo indietro, ragione per la quale viene guidata costantemente in retromarcia. Il che fa sì che i canottieri non vedano mai i canoisti e rischino costantemente di tranciarli in due.

I canoisti, insomma, sono i ciclisti degli specchi d’acqua.

Come scegliere un corso di canoa a Torino?

Controllando su Internet i siti dei numerosi circoli per canottieri di Torino, ad esempio.

Ci sono quelli immersi nel Parco del Valentino, che si chiamano Cerea ed Armida, e sono quelli che tutti conoscono perché almeno una volta ci sono passati davanti, durante una passeggiata al parco.

Verso nord, superato il ponte Umberto I che porta verso Piazza Crimea, ci sono la Società Caprera, il Circolo Amici del Fiume e infine, ancora più a nord, il Circolo Esperia.

Nel mio caso, però, tutto si è svolto offline. I ragazzi del Circolo Eridano 88 mi hanno passato il loro volantino durante il mercato di quartiere di Crocetta, e visto che avevo già in mente di iscrivermi a un corso di canoa a Torino…diciamo che è stato uno dei rari casi in cui il volantinaggio funziona. O forse una combinazione karmica, chissà.

Tengo comunque a precisare che non sono stato pagato dal Circolo Eridano per promuovere corsi di kayak a Torino. Anzi, sono io ad aver pagato loro per insegnarmi a tenere dritto quel coso chiamato kayak.

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Com’è fare un corso di canoa a Torino?

Disclaimer. Tenderò a drammatizzare la mia esperienza, come faccio per qualsiasi cosa. Ma in realtà è tutto molto molto divertente, piacevole e faticoso. Soprattutto faticoso.

Eccoci quindi, Po. Tu e io, io e te. Io in boxer da mare logori e canotta Decathlon da 3 euro e tu, con le tue acque limacciose e inquinate. Intimorito della prospettiva di cascare in acqua e sciogliermi come nell’acido solforico, o diventare un supereroe mutante, o peggio essere aggredito da un branco di nutrie.
Ma non intendo mollare. Soprattutto perché la lezione di prova è gratuita.

E poi sono anche riuscito a trascinare, tra promesse vaghe e palesi inganni, i miei due miei baldi colleghi, per tutelarne la privacy li chiamerò solo Alberto e Gianpaolo. Non posso fare figure di merda con loro al primo giro.

Seguo con attenzione le istruzioni dell’istruttrice su come impugnare la pagaia, come immergerla in acqua, come salire in canoa senza rovesciarsi. Proviamo. La canoa mi ballonzola sotto il culo, io comincio a pensare se l’invisibilità sia più o meno utile della supervelocità, ma incredibilmente ci scivolo dentro senza sollevare una goccia d’acqua.

Timidamente affondo la pala della pagaia nell’acqua. L’odore non è dei migliori, ma visto da vicino il Po sembra meno torbido. Cecilia mi spiega che in realtà non è neppure tanto inquinato. Non in questo tratto. Niente invisibilità o supervelocità insomma.

Pagaiata dopo pagaiata, attraverso lo specchio d’acqua. Alle mie spalle la Mole Antonelliana, dinanzi a me il ponte di Corso Dante, obiettivo da raggiungere per la prima serata.

Saranno 500 metri, ma diventa subito chiaro che li suderò tutti. Le pagaiate sono incerte, la canoa fiuta la mia paura e reagisce nel modo più infame possibile: ruotando su se stessa, come me alla settima vodka.

Gira quando non deve, zigzaga con me su sempre più incazzato, sospinto da sfottò e incoraggiamenti dell’istruttrice, che porta la sua canoa come se ci fosse nata sopra. La mia, di canoa, non  ne vuole sapere, e il ponte sembra più lontano del giorno delle ferie dopo averle appena fatte.

Gli altri sono ormai lontani, pagaiano liberi e felici come degli assorbenti intimi. Non demordo. Fendo l’acqua. Mostro i muscoli. Tendo i tendini. Sono esausto e non ho fatto che dieci metri. Ma che diavolo mi è saltato in mente? C’erano le repliche di Law and Order su Crime, perché sono qua?

Poi alzo la testa, mi fermo e mi guardo attorno. Mamma anatra che insegna ai suoi anattroccoli come nuotare. La luce del sole riflessa dall’acqua, che si trasforma in migliaia di piccole scintille. Il rombo delle auto lontano, ovattato. I sorci lunghi come avambracci che armeggiano operosi con le loro zampette viscide. Esclamo: wow. Inspiro e mi lascio andare.

20 minuti dopo raggiungo il ponte, cambiamo sponda e la corrente mi trascina a valle, lentamente. Le pagaiate si fanno più coordinate e regolari. Le anatre tifano per me. Forse anche le nutrie hanno deciso di stare dalla mia parte e non attaccarmi. Non oggi.

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Come si conclude questa cosa del corso di canoa a Torino?

Con una bottiglia di Menabrea, meritato premio per tanta fatica. La canoa asciuga al sole già da qualche minuto, e un trancio di pizza unta arriva al nostro tavolo, ma tra me e me penso che avrò bruciato almeno ottomila calorie stasera, quindi me la merito.

Si sta bene qui, con l’eco di remi che fendono l’acqua e la buona borghesia locale che si addentra nel ristorante del circolo agghindati che manco al Royal Ascot, mentre noi ci scambiamo soddisfatti le nostre impressioni e programmiamo la prossima uscita.

Sì, tornerò. Law and Order può aspettare.

Come sempre sono andato lungo, ma chissenefrega. Magari la mia diarrea verbale ti aiuterà a prendere il coraggio a due mani e tuffarti (non in senso letterale) nel Po, facendo un bel corso di canoa a Torino. O a scambiare con me e i miei 20 lettori le tue impressioni di canoista o aspirante tale.

 

 

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