7 cose che ti faranno dire “mi sto abituando a vivere a Torino”

Giorno più giorno meno, un anno fa nasceva Vivo Torino. Chiaramente l’ho scritto per ricevere auguri e regali, ma questo mi ha fatto anche venire in mente che vivo (a) Torino da quasi quattro anni.

Ogni volta che ci rifletto non posso fare a meno di pensare: quanto mi sono torinesizzato in questi anni? Sono entrato nel tessuto di questa città e dei suoi abitanti?

Non credo di aver snaturato la mia fibra 100% sarda. Sono ancora fieramente isolano. L’accento, con le doppie quando non servono e le vocali aperte, è rimasto quello. E malgrado i risultati sconfortanti, tifo ancora Cagliari e spero nell’imminente venuta di uno sceicco o petroliere russo che affianchi CR7 a Pavoletti e Sau.

Insomma, in apparenza non è cambiato nulla.

Poi ho pensato alle abitudini che Torino, nel bene e nel male, è riuscita a trasmettermi. Tempo fa vidi circolare su Facebook un giochino, “Sei di Torino se…” (con varianti per ogni città e borgo d’Italia), e ho cercato di ripensarlo dal mio, e forse anche dal tuo punto di vista: quand’è che un non torinese diventa un (po’) torinese?

Quando trova la sua piola di fiducia? Quando si lamenta con costanza del GTT?

Io ho scelto i miei personali sette segnali, valutandoli da uno a cinque in base al grado di torinesità (emoji mucca, anche se voleva essere un toro) e al livello di difficoltà d’abitudine (emoji urlo di Munch). Tu però puoi aggiungere le tue con un bel commento al post!

Imparare le regole del controviale

Guidare a Torino è una lotta selvaggia, dove solo il più forte – o quello col SUV più grosso – esce vincitore. Questo capita in quasi tutte le città, dirai tu. Ma nelle altre città non ci sono i controviali, rispondo io. Una tipicità torinese, al pari del San Simone e della Mole, che fu originariamente viale pedonale e venne poi lasciato a uso esclusivo di autoveicoli.

Il controviale è la trappola che separa l’ emigrato burba dal veterano. Ha regole tutte sue, forse tramandate oralmente da saggi eremiti nascosti alle pendici dei colli torinesi. Per un non torinese, riuscire a immettersi da viale a controviale o viceversa, a fare la svolta o l’inversione senza beccare neanche un vaffanculo o una sinfonia di clacson equivale a un attestato di integrazione.

Per gli inesperti, a un CID o una multa.

  • Torinesità: 🐮🐮🐮🐮
  • Difficoltà: 😱😱😱😱😱

Riuscire a orientarsi tra i locali di San Salvario

Uno degli aspetti positivi del vivere a Torino è che è impossibile perdersi, grazie alla pianta squadrata che i Romani diedero alla città. Il quartiere di San Salvario – nel quale tra l’altro ora vivo – non fa eccezione, ma per qualche motivo a me oscuro non riesco ancora ad orientarmici.

Il problema è che non riesco a memorizzare la posizione dei locali. Che so, devo andare dal Greek Food Lab ad Affini? Oppure da Coco’s al Biberon? Per qualche isolato procedo a passo spedito. Poi ci penso, faccio cinque giri, due piroette e un salto. Infine mi arrendo all’evidenza che non ho idea di dove sto andando. Accendo il GPS e mi vergogno un po’.

Ti prego, dimmi che non sono solo io ad avere questo problema. Dimmi che ci sono folletti che mischiano i locali la notte e gli cambiano posizione.

  • Torinesità: 🐮🐮
  • Difficoltà: 😱😱😱

Non confondersi con l’odonomastica, soprattutto quella “reale”

Immagino tu sappia cos’è l’odontomastica. Ma se in questo momento ti sfugge, è lo studio dei nomi delle strade di un luogo. A Torino, i lunghi trascorsi sabaudi hanno fatto sì che questa ricalcasse l’albero genealogico dei Savoia, inserendo quantità insensate di principi, regine, madame, baroni e sospetto pure qualche domestico.

Il risultato è che chi si trasferisce in città deve mandar giù a memoria un Tuttocittà fatto di Via Principessa Clotilde, Corso Regina Margherita, Via Madama Cristina, Via Duchessa Jolanda, Corso Principe Oddone, piazzetta Emanuele Filiberto e piazza Carlo Emanuele (ma quella è facile, visto che la chiamano tutti piazza Carlina).

Al livello successivo di torinesizzazione: abbreviare l’odontomastica, con San Salvario che diventa solo SanSa, Corso Galileo Ferraris trasformato in Corso GalFer e corso Vittorio Emanuele che per gli amici diventa solo Corso Vittorio. Da non confondersi con Piazza Vittorio (Veneto).

  • Torinesità: 🐮🐮🐮
  • Difficoltà: 😱😱

Accantonare l’amaro della tua terra per il San Simone

Dimmi che digestivo bevi e ti dirò chi sei. O almeno da dove vieni, con discreta approssimazione.

Dopo un iniziale periodo di diffidenza, però, potresti mettere da parte il tuo limoncello, Amaro del Capo, Strega, Lucano, Averna o Mirto, e cominciare ad apprezzare il prodotto locale, il San Simone. L’amaro torinese che in realtà è piuttosto dolce, fatto da secoli in città e diventato uno dei suoi simboli.

Ti potrebbe piacere talmente tanto da iniziare a cercarlo anche altrove. Scoprendo tuo malgrado che si trova solo qui, un po’ come le mie adorate pizzette sfoglia a Cagliari.

Pare comunque che tra poco il San Simone sbarcherà a Milano e Roma. Meglio tardi che mai!

  • Torinesità: 🐮🐮🐮🐮
  • Difficoltà: 😱

Scoprire la propria vena artistica

Nella città che ogni autunno organizza Artissima. che ha accolto la sede della Scuola Holden, che ha visto sbocciare i Subsonica, Catalano, di Gabriel Garko, bisogna forza esprimere la propria personalità attraverso un’arte. Non importa quale, e a volte non importa neppure che sia arte.

Potresti andare sul classico e colorare di rosa una panchina. Oppure fare foto a dettagli anatomici, rigorosamente in bianco e nero. Potresti fare musica indie-electro-trap, o perfino metter su un blog che parla di Torino dalla prospettiva di uno che ci si è trasferito da poco.

Al livello successivo di torinesizzazione: acquistare un Mac, farsi crescere la barba, trasferirsi in corso Regio Parco e girare con la bicicletta a scatto fisso. Per le donne la barba non è essenziale, e il pantalone con risvolto può essere facilmente sostituito da vestito a fiori della nonna.

  • Torinesità: 🐮🐮
  • Difficoltà: 😱😱

Fare la bocca alla pizza al padellino

Per la pizza sono un po’ rompipalle. Mi piace alla romana: sottile, croccante e cotta nel forno a legna. Scoprire che a Torino esiste la sua nemesi è stato un trauma non da poco.

La pizza al padellino è una focaccia, lontanissima parente della pizza, dal diametro ridotto e alta quanto un pollice, cotta al forno dentro una specie di teglia – stampo precedentemente unto e simile a una padella, da cui il nome. La consistenza è croccante alla base, e morbida in superficie.

Io continuo a pensare che sia un abominio al pari della pizza con l’ananas o il sushi. Però magari esagero.

  • Torinesità: 🐮🐮
  • Difficoltà: 😱😱😱

Chiedere a qualcuno Com’è?

Il vero segno inequivocabile del cedimento verso la torinesità. Il primo “com’è”.

All’inizio ti imporrai di non pronunciarlo. Lo rifiuterai, reputandolo un’abitudine malsana. Lo denigrerai. Pian piano però si farà strada dentro di te, scavandoti nel profondo. Finché un bel giorno, salutando un tuo compare residente in città, uscirà dalla tua bocca. Sovrappensiero, inconsapevolmente, un lapsus, un riflesso condizionato. Ma lo dirai. E da lì a dire “solo più” o “cicles”, sarà un attimo.

Occhio, io ti ho avvisato.

  • Torinesità: 🐮🐮🐮🐮🐮
  • Difficoltà: 😱😱

Il post è finito. Ma tu non scordarti di mettere un commento, neh! Oh merda, m’è scappato! Vado a farmi un’Ichnusa per rimediare. Tu intanto scrivi!

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